PSICOTERAPIA E “VIE DI LIBERAZIONE”

Presupposti di comparazione tra oriente e occidente

 

 

 

Una ragione del fatto o che diversi psicologi occidentali hanno cominciato a interessarsi alle teorie orientali è che esse trattano in parte di una gamma di esperienze che le teorie occidentali hanno largamente ignorato. Un noto esempio delle prime incursioni in questi territori psichici è quello di uno psichiatra canadese vissuto nella seconda metà dell’800: R.M.Bucke. Questi sperimentò una particolare esperienza psicologica descritta nel suo “Cosmic Consciousness: A Study in the Evolution of the Human Mind” (pubblicato postumo nel 1901), che definì “consapevolezza cosmica” – che mezzo secolo più tardi A.Maslow avrebbe classificato come peack experience, “esperienza-vetta”– ossia uno stato soggettivo di “luminosità interiore” caratterizzato da “elevazione morale, illuminazione intellettuale, senso di immortalità, distacco dalla paura della morte e dal senso di peccato e colpa”. La psicologia dell’epoca di Bucke non offriva categorie, salvo quelle della psicopatologia, per simili stati alterati della coscienza – siano essi indotti da droghe, dalla meditazione, o da altri mezzi – in sintonia con l'esperienza della persona che li prova. Diverse tradizioni psicologiche orientali, offrono invece modalità di comprensione che possono dare senso a queste esperienze spesso confuse con stati psicotici o esempi di regressione mentale.

Tra i teorici moderni della personalità, C.G.Jung fu probabilmente il più documentato sulle psicologie orientali. Egli arrivò a toccare problematiche aliene alla scienza positivista, grazie alla sua analisi estesa delle religioni orientali. Scrisse le introduzioni ai libri di D.T.Suzuki (Introduzione al Buddhismo Zen) e di R.Wilhem (traduttore di I Ching) e di altri testi taoisti cinesi e tibetani; fu egli stesso un’autorità sul mandala, un motivo centrale nell’arte sacra orientale, che trasformò in un utile strumento, insieme all’oracolo cinese I Ching, da usare all’interno del suo setting analitico.

Sebbene Jung non rifiutò l'obiettivo delle psicologia orientale, obiettò i loro metodi perché inadatti alla mente occidentale. Egli identificò lo stato alterato che uno yogin cerca nella trance (samadhi) come un'immersione nell'inconscio collettivo, lo strato più profondo della psiche, il regno degli archetipi. Era convinto che il suo metodo di individuazione portasse allo stesso obiettivo: uno spostamento dall’ego verso il Sé. Tuttavia nel suo saggio Lo Yoga e l’Ovest (1958), sconsigliava l’uso dei metodi orientali in quanto causavano un’eccessiva emersione inconscia, che avrebbe potuto sopraffare il novizio occidentale.

A parte Jung, le psicologie orientali hanno largamente influenzato le concezioni olistiche di teorici come Watts, Maslow e Angyal, e di umanisti quali Fromm e Buber. Il filosofo Alan Watts fece molto per portare gli insegnamenti orientali alla consapevolezza degli psicologi occidentali; il suo lavoro più importante fu Psicoterapy East and West (1961). Watts riconobbe che la “via di liberazione orientale” assomiglia alla psicoterapia occidentale nel fatto che entrambi si interessano nelle variazioni del sentimento di sé e della relazione con gli altri che con il mondo della natura. Le terapie occidentali, per la maggior parte, trattano le persone disturbate; le discipline orientali le persone normali, socialmente integrate. Si accorse che gli scopi dei metodi di liberazione erano compatibili con gli obiettivi terapeutici di parecchi teorici della psicologia occidentale.

In Verso una psicologia dell'essere (1962) e nel saggio chiamato Teoria Z (1969), Abraham Maslow postula un grado di salute «più pienamente umano» di tutti quelli che erano stati descritti fino ad allora. Questi trascendenti pienamente realizzati sono persone che, in base alla sua descrizione, assomigliano ai tipi ideali pienamente sani nelle psicologie orientali. Benché egli non citasse neppure un solo psicologo orientale come fonte delle sue idee, sparse liberamente concetti orientali, chiamando per esempio un terapeuta del livello “Z”, tra gli altri termini, «guida taoista», «guru», «bodhisattva», tutti nomi della tradizione orientale che si riferivano alla figura del «saggio» o del «maestro». Egli descrive un tipo di esperienza psico-fisica particolare, la peak-experience (esperienza vetta) in cui l’individuo è al massimo delle sue potenzialità mentali. Tale esperienza causa un cambiamento della struttura psicologica, uno «stato alterato di coscienza» (Tart, 1975), ma è transitoria e non deve essere considerata fine a se stessa; più che altro essa deve essere estesa a qualsiasi momento della vita. Solo in questo modo sarà possibile attingere ad uno stato di salute superiore, l’esperienza altopiano (Maslow, 1971), in cui i mutamenti della struttura della personalità diverranno permanenti.

Nel 1969, uno stretto collaboratore di Maslow, Antony Sutich, fondò una rivista di psicologia dedicata allo studio del tipo di concetti che Maslow descriveva: il Journal of Transpersonal Psichology. Questa rivista divenne presto l’organo di un gruppo di psicologi con orientamento “transpersonale”. Nelle parole di Sutich:

«La psicologia transpersonale è il titolo dato a una forza emergente nel campo della psicologia da parte di un gruppo che è interessato a quelle capacità e potenzialità umane estreme che non hanno uno spazio sistematico nella teoria comportamentista (prima forza), nella teoria psicoanalitica classica (seconda forza) o nella psicologia umanistica (terza forza). La psicologia tranpersonale emergente (quarta forza) si interessa particolarmente di valori ultimi, coscienza unitaria, esperienza culmine, estasi, esperienza mistica, timore, essere, realizzazione di sé, essenza, beatitudine, meraviglia, significato ultimo, trascendenza del sé, spirito, unità, coscienza cosmica e concetti, esperienze, e attività correlate».[1]

Forse l’integrazione più sofisticata di psicologie orientali e occidentali è finora emersa dal lavoro di questi studiosi occidentali che si sono immersi nelle discipline orientali e hanno combinato alcuni dei loro assunti con quelle della psicologia corrente. Uno sforzo pioneristico di questa tradizione è condensato nello scritto “Le trasformazioni della coscienza”, con i contributi di Ken Wilber, Jack Engler, Daniel P. Brown, e Mark Epstein. Il loro lavoro mette insieme la principale interpretazione clinica, occidentale dello sviluppo psicologico con le teorie dell’Est, mostrando come esse combacino in una visione complementare delle possibilità umane. Questo lavoro segna una nuova era per il dialogo tra queste psicologie, in cui le due correnti di pensiero si incontrano con rispetto e comprensione reciproci.

 

Da Freud in poi, in Occidente, la psicoterapia si è interessata largamente alla influenza compiuta sull’essere umano e sulle sue funzioni dalla repressione sociale. Ogni volta che lo psicoterapeuta guarderà il mondo dall’ottica della società o meglio dalle aspettative che essa ha verso l’individuo singolo, sarà costretto a interpretare il suo lavoro come una regolazione dell’individuo e delle sue “pulsioni inconsce” verso la rispettabilità sociale, il cui prodotto ideale è “l’uomo socio-sintonico”. Il terapeuta realmente interessato ad aiutare l’individuo è costretto alla critica della società. «Non che egli debba impegnarsi nella rivoluzione politica direttamente, ma dovrebbe aiutare l’individuo a liberarsi dalle varie forme del condizionamento sociale. Questa ideale “estinzione”(nel senso comportamentista) comprende, ovviamente, la liberazione anche dall’odio verso il condizionamento, essendo l’odio un legame al suo oggetto».[2] Da questo punto di vista i disturbi e i sintomi per il quale il paziente cerca conforto, e i fattori inconsci che stanno dietro ad essi, cessano di essere semplicemente psicologici. Essi si trovano nell’intero modello delle sue relazioni con gli altri e più in particolare nelle istituzioni sociali da cui queste relazioni sono governate: le regole della comunicazione usate dalla cultura o dal gruppo. Si tratta delle convenzioni della lingua e della legge, dell’etica e dell’estetica, della condizione sociale, del ruolo e dell’identità, della cosmologia, della filosofia e della religione. Questo intero contesto sociale “pre-esiste” all’individuo, modellandolo: in effetti è ciò che gli fornisce il suo concetto di sé, il suo stato di coscienza, la sua stessa sensazione di esistere. E ciò che è più importante, fornisce all’essere umano un’idea della sua individualità, che può assumere varietà di forme molto differenti. In quest’ottica lo psicoterapeuta è costretto a riconsiderare la sua scienza; essa infatti probabilmente ha un nome sbagliato perché egli si sta occupando di qualcosa di molto più ampio di una psiche o dei suoi disturbi privati.

Costui si sta infatti occupando di persone la cui angoscia nasce da ciò che può essere definito maya, per usare il termine induista-buddhista il cui significato esatto non è semplicemente «illusione», ma l’intera concezione o visione del mondo (appresa in una data cultura), considerata come «illusione» nello stretto senso etimologico di “gioco” (con regole precise).

Questo è quello che molti psicoterapeuti, a partire dagli anni’60, hanno riconosciuto e stanno riconoscendo, ed è ciò che allo stesso tempo rende alcune delle discipline orientali – come il Buddhismo (India-Cina-Giappone), il Vedanta (India), il Taoismo (Cina), il Sufismo e la scuola di Gurdjieff (area medio-orientale) –  così pertinenti al loro lavoro.[3]

In esse, secondo Alan Watts, se osservate in profondità, non vi troviamo ne filosofia né religione nel senso in cui sono intese in occidente. Vi troviamo qualcosa che assomiglia più da vicino alla psicoterapia: «Ciò può sembrare sorprendente perché consideriamo questa una forma di scienza alquanto pratica e materialistica nell’atteggiamento, e quelle come religioni estremamente esoteriche che si interessano di regioni dello spirito quasi del tutto fuori da questo mondo. Ciò avviene perché l’unione della nostra mancanza di familiarità con le culture orientali e la loro sottigliezza dà ad esse un’aura di mistero in cui proiettiamo fantasie di nostra creazione»[4]

La conoscenza anche teorica di altre culture, ci aiuta a capire la nostra, perché confrontandola ad altre possiamo raggiungere una certa chiarezza e oggettività sulle nostre istituzioni sociali. Elaborare un «metalinguaggio» (Watzlawick, 1975) per poterle osservare. Ciò ci aiuta a distinguere tra le fantasie sociali da una parte e i modelli e i rapporti naturali dall’altra. Se, quindi ci sono in altre culture discipline che hanno qualcosa in comune con la psicoterapia, una conoscenza teorica dei loro metodi, obbiettivi e principi può permettere allo psicoterapeuta di avere una migliore cognizione  di quello che sta facendo. Tali discipline, in accordo con alcune teorie psicologiche contemporanee, sostengono che l’angoscia sorge dalla confusione della “maya sociale” con la realtà. C’è un conflitto diretto tra ciò che l’essere umano è, e ciò che gli altri (le regole sociali) gli dicono e si aspettano che sia. Le regole della comunicazione sociale contengono spesso contraddizioni che portano a dilemmi impossibili del pensiero, del sentimento e dell’azione. È il confondere se stessi con un’idea limitante e impoverita del proprio ruolo o della propria identità a creare sentimenti di isolamento, solitudine e alienazione. «Le innumerevoli differenze tra gli individui e i loro contesti sociali portano diversi modi di cercare il sollievo da questi conflitti. Alcuni lo cercano nelle psicosi e nelle nevrosi che portano al trattamento psichiatrico, ma nella maggior parte dei casi la liberazione (dal conflitto) è cercata nelle orge socialmente tollerate del divertimento di massa, dell’eccitazione sessuale cronica, del fanatismo religioso, dell’alcolismo, della droga, della guerra: l’intero triste elenco delle fughe noiose e barbare» (Watts, 1961). È naturale quindi, dire che il bisogno di psicoterapia va al di là di quello che hanno coloro che sono clinicamente psicotici o nevrotici, e da molti anni un numero crescente di persone che prima avrebbero cercato consiglio da un sacerdote o da un amico comprensivo si sottopongono alla psicoterapia.

Dagli anni 50 e 60 alcuni psicoterapeuti affermano di aver cominciato a trovarsi di fronte uno nuovo tipo di paziente. Durante il colloquio iniziale si scopriva che la persona, sebbene non avesse alcun problema materiale o sociale, provava una certa insoddisfazione e non si sentiva pienamente realizzato. Si cominciò a parlare di “nevrosi esistenziale”, o di infelicità basata su un bisogno insoddisfatto di “significato” Lo psicoanalista americano Erich Fromm parla di “mal du siecle”, devitalizzazione, automatizzazione dell'uomo, sua alienazione rispetto a se stesso, ai simili e alla natura: «Codesti nuovi pazienti si rivolgono allo psicoanalista senza sapere di che di cosa realmente soffrono […] credono di solito che il loro problema sia questo o quel sintomo particolare e che esse potessero liberarsi della loro turba starebbero bene».

Essi generalmente non badano che il loro problema non è rappresentato dalla depressione, dall'insonnia, dal matrimonio, dal lavoro: «[…] tutte queste cause di malcontento sono soltanto la forma conscia e nella quale la nostra cultura permette loro di esprimere qualcosa che giace nel profondo, e che è comune a varie persone che, consciamente, credono di soffrire di questo o quel sintomo particolare. La malattia comune é l'alienazione da se stessi, dai propri simili e dalla natura; la consapevolezza che la vita che ci scivola di mano come sabbia, che si morirà senza aver vissuto; che si vive nel mezzo di ogni bene e che, ciò nonostante, non si è felici»[5] Oggi questo disagio è ancora più diffuso, poiché molti hanno raggiunto il benessere materiale e lo hanno trovato insoddisfacente. È strano che si definisca questo stato di cose “nevrosi esistenziale”. Considerarlo malattia vuol dire accettare implicitamente la norma culturale secondo cui per la gente normale, il successo materiale e sociale debba condurre naturalmente alla felicità. «Ma rimanere prigionieri dei presupposti della nostra cultura vuol dire rendersi vulnerabili alla sofferenza implicita nelle sue contraddizioni».[6]

In Occidente la psicoterapia sembra essere l’unico spazio della nostra società in cui si dovrebbe cercare qualcosa da fare per l’angoscia dell’individuo nel suo conflitto con le istituzioni sociali che sono contradditorie, antiquate e restrittive, compresa la nozione corrente dell’individuo stesso, ciò che Watts definisce “io incapsulato nella pelle”. L’io, infatti, è quasi invariabilmente concepito come qualcosa che sta nell'organismo, come l'autista di una macchina o come un piccolo uomo dentro la testa che “pensa i pensieri” e “vede le visioni”. Questo è il senso dell'ego che è costruito dalla società. Nei sistemi psicologici orientali, la soluzione di tale conflitto avviene non attraverso una costrizione inconscia, bensì attraverso un’intuizione, la comprensione e la rottura del “doppio legame” imposto dalla società. In quel momento non ci si trova nella posizione di non riuscire a giocare il gioco: lo si può giocare ancora meglio accorgendosi che è un gioco, e rendendo esplicite le sue regole. 

Lo scopo di queste «vie di vita» o «vie di liberazione» non è la distruzione della maya, ma il vederla per ciò che è, o attraverso di essa. Il gioco (sociale) non deve essere preso seriamente, o, in altre parole, le idee del mondo e di se stessi che sono convenzioni e istituzioni sociali non devono essere confuse con la realtà. Le regole della comunicazione non sono necessariamente le regole dell’universo, e l’uomo non è il ruolo o l’identità che la società gli impone. Quando un uomo non si confonde più con la definizione di sé che gli altri (le convenzioni sociali) gli hanno dato, è allo stesso tempo universale e unico. «È universale in virtù della inseparabilità del suo organismo dal cosmo, è unico in quanto è proprio quell’organismo e non è uno stereotipo di ruolo classe sociale e identità assunti per la convivenza della comunicazione sociale.»[7]

La psicoterapia e le vie di liberazione hanno quindi due interessi in comune: il primo è la trasformazione della coscienza[8], del sentimento interiore della propria esistenza; il secondo è la liberazione dell’individuo dalle forme di condizionamento imposte su di lui dalle istituzioni sociali: « […] La somiglianza più importante tra queste “vie di vita” orientali e la psicoterapia occidentale sta nell’interesse di entrambe a provocare cambiamenti di [stati di] coscienza, cambiamenti nel modo di sentire la nostra esistenza e il nostro rapporto con la civiltà umana e il mondo della natura. Lo psicoterapeuta, nella maggior parte dei casi, si è interessato a cambiare la coscienza di individui con disturbi particolari; mentre le discipline del Buddismo e del Taoismo, invece, si sono interessate a cambiare la coscienza di persone normali e socialmente adattate. Ma sta diventando sempre più evidente agli psicoterapeuti che nella nostra cultura lo stato normale di coscienza è sia il contesto che il terreno degenerativo della malattia mentale». [9]

Il filosofo americano Ken Wilber, uno dei massimi ed autorevoli esponenti della filosofia comparativa e psicologia transpersonale, propone un modello-concetto di coscienza come uno “spettro”[10] composto da vari “livelli” e lunghezze d’onda, che corrispondono a diversi aspetti e dimensioni di essa. Seguendo questo principio, discipline come il Buddhismo, il Sufismo, il Taoismo, e le diverse scuole di psicoterapia occidentali, apparirebbero profondamente diverse tra loro perché ciascuna si occupa di una particolare “lunghezza d’onda” dello spettro. Perciò, tutte avrebbero una loro validità (in campo psicologico), e non dovrebbero essere considerate in contrapposizione le une alle altre, quanto piuttosto complementari. I tre livelli principali dello spettro sono: 1) Egoico, 2) Esistenziale e 3) Mentale.

Il livello Egoico è quella banda della coscienza che comprende il nostro ruolo e la nostra auto immagine, negli aspetti consci come in quelli inconsci, nonché la capacità analitica e discriminante dell'intelletto. Il livello Esistenziale include tutto il nostro organismo psicofisico: la fondamentale sensazione dell'esistere, unita a quegli elementi culturali che la plasmano intorno a forme intellegibili e comunicabili. Esso è anche il punto di riferimento sensoriale della nostra auto-immagine: è ciò che sentiamo quando voltiamo mentalmente il simbolo che racchiude l'immagine di noi stessi; è cioè la fonte costante dell'auto-coscienza, della separatezza dell’io. Il livello Mentale è in genere indicato come coscienza mistica, la consapevolezza di essere tutt'uno con l'universo. Così mentre il livello Egoico concerne la mente, e il livello esistenziale sia la mente che il corpo, il livello mentale comprende la mente, il corpo e il resto dell'universo. Il livello Egoico e quello Esistenziale ci fanno sentire individui autonomi e separati; a tali dimensioni di coscienza si rivolge gran parte della ricerca occidentale. Le discipline orientali, invece si concentrano soprattutto sul livello Mentale. La psicoterapia tenta di riparare il Sé individuale, la filosofia orientale tenta di trascenderlo.

Lo scopo della maggior parte dei metodi occidentali viene variamente definito come rafforzamento dell’Io, integrazione del Sé, correzione dell’auto-immagine, accrescimento della fiducia in se stessi, accettazione di obbiettivi realistici, ecc.. Questi metodi non promettono la totale liberazione dalla sofferenza mentale, e neppure la completa eliminazione dei sintomi. Essi offrono la cura delle normali nevrosi, che sono parte integrante del Livello Egoico dell’esistenza. Molti sostenitori del pensiero orientale (e non solo) [11] ritengono assurdo il tentativo di creare un «Io» sano; a loro avviso infatti è la fonte di ogni sofferenza, per cui un «Io» sano può essere solo una contraddizione. Lo scopo del percorso orientale è quello di raggiungere wu (il “vuoto mentale”), baqā (sussistenza), e satori (illuminazione). L’approccio orientale ha l’ambizione di rendere accessibile quel livello di coscienza che offre totale libertà dalla causa prima di ogni sofferenza: «un livello in cui si possa trovare risposta alle domande più difficili sulla natura della Realtà, e nel quale la nostra inquieta e dolorosa ricerca di pace possa aver fine».[12]

Lo scettico che non ha mai sperimentato il livello Mentale si trova però di fronte ad un nuovo problema; una cosa è infatti ammettere l’esistenza della consapevolezza mistica di tale livello; un’altra è il sentirsi dire che soltanto questo livello è reale, che esso rappresenta “l’unica vera vita”, e che quindi il nostro io non sarebbe che un “sogno”. Sia Shankara che gli altri studiosi del suo genere non ammettono vie di mezzo: ciò che chiamiamo io è illusione.

Le discipline come lo Zen, il Taoismo e il Sufismo non sono teorie, filosofie, religioni – esse sono, in primo luogo, un insieme di esperimenti nel senso strettamente scientifico del termine. Sono costituite da una serie di norme che, seguite correttamente, conducono alla scoperta del livello Mentale. «Rifiutarsi di esaminare i risultati di tali esperimenti […] è di per se un atteggiamento anti-scientifico» (Wilber, 1977).

Secondo Golemann, la maggior parte degli psicologi occidentali hanno reagito negativamente alle psicologie orientali: non hanno percepito che queste sono psicologie. Invece, hanno considerato le tradizioni orientali come poco più che sistemi religiosi, totalmente vuoti di problematiche che uno psicologo pragmatico abbia il dovere di prendere in considerazione. Al contrario, la terapia del futuro potrà integrare tecniche da entrambi gli approcci producendo forse un cambiamento in tutta persona più radicale e più potente quanto ognuna delle due possa fare isolatamente.

 

NOTE

[1] A. Sutich, Statment of Purpose, «Journal of Transpersonal Psychology», 1, 1, New York, 1969.

 

[2] A.W.Watts, Psicoterapie orientali e occidentali, trad. it., Roma, 1961.

 

[3] Tra gli psicoterapeuti che si sono occupati (nel contesto del loro lavoro) delle filosofie orientali, ricordo W.James, C.G.Jung, P.Watzlawick, S.Groff, E.Fromm, K.Horney, A.Maslow, R.May, J.Haley, J.Engler.

 

[4] Ibid.

 

[5] E.Fromm, D.T.Suzuky, R.De Martino, Psicoanalisi e Buddhismo Zen, trad. it., Roma, 1968.

 

[6] C.T.Tart, Psicologie transpersonali, trad. it., Spigno Sarurnia, 1994.

 

[7] A.W.Watts, Psicoterapie orientali e occidentali, trad. it., Roma, 1961.

 

[8] Con la psicoterapia (psicodinamica) tale trasformazione avviene portando alla coscienza i contenuti inconsci.

 

[9] Ibid.

 

[10] Wilber si riferisce al concetto della fisica di “spettro elettromagnetico”. Tuttavia tende a precisare che il suo modello di coscienza va inteso in senso metaforico: «[…] la coscienza non è uno spettro – è però utile considerarla tale ai fini della comunicazione e della ricerca. Vogliamo in altre parole, creare un vero e proprio modello nel senso scientifico del termine». (K.Wilber, Lo spettro della coscienza, trad. it., Spigno Saturnia, 1993.

 

[11] « L’io normale è, come la normalità in genere, una finzione ideale. […] Ogni persona normale è solo mediamente normale, il suo io sia avvicina a quello dello psicotico per tratto o per l'altro ». (S.Freud, Analisi terminabile e interminabile, Opere, Torino 1979, vol. XI).

 


[12] K.Wilber, Lo spettro della coscienza, trad. it., Spigno Saturnia, 1993.

  

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