ARCHITETTURA DELLA MENTE TRA ORIENTE E OCCIDENTE:

DUE MODELLI DI PENSIERO

 

 

 

 

L'Oriente e l'Occidente hanno prodotto due modalità per avvicinarsi alla realtà e comprenderla (due modalità di conoscenza); di conseguenza ne sono derivati due modelli mentali diversi (due concezioni della architettura della mente) e metodologie diverse per accostarsi al disagio delle persone e concepire e promuovere l’autorealizzazione.

Una disamina dei tratti che caratterizzano il pensiero occidentale e il pensiero orientale è fatta sinteticamente da D.T.Suzuki: «Lo spirito occidentale è analitico, discriminante, differenziale, induttivo, individualistico, intellettivo, oggettivo, scientifico, generalizzante, concettuale, schematico, impersonale, legalistico, organizzatore, aggressivo, auto-affermativo, disposto ad imporre sugli altri la propria volontà, ecc.  Di contro a questi tratti dell'Occidente quelli dell'Oriente possono essere caratterizzati così: sintetico, assolutizzante, integrativo, nondiscriminante, deduttivo, nonsistematico, dogmatico, intuitivo (più propriamente affettivo), non discorsivo, soggettivo, spiritualmente individualistico e socialmente incline alla vita di gruppo, ecc.»[1] Nel Tao The Ching, Lao-tzu, uno dei massimi filosofi della Cina, ritrae se stesso come somigliante a un idiota; sembra che non sappia nulla, che dà nulla sia interessato. In questo mondo utilitaristico, egli non è di alcuna pratica utilità; e addirittura incapace di esprimersi. Tuttavia vi è in lui qualcosa che lo differenzia completamente da un esemplare di semplicione ignorante, a cui soltanto esteriormente è paragonabile. In occidente, una persona sana di mente, non si autodescriverebbe mai in questo modo. «L'occidentale ha un paio di occhi acuti e penetranti, ben saldi nelle loro orbite, che scrutano il mondo esterno, come quelli di un'aquila che voli alta nel cielo. Inoltre il naso prominente, le labbra sottili, i lineamenti facciali in genere, tutto fa pensare a un intellettuali che ha altamente sviluppata e ad una prontezza all'azione. Una tal prontezza è paragonabile a quella del leone; non è un caso invero che leone e l'aquila siano i simboli dell'occidente».[2]

In molti casi l'Oriente può sembrare senza dubbio «muto e stupido», in quanto gli orientali non sono tanto inclini alla distinzione e alla dimostrazione, né mostrano molti tratti visibili e tangibili di intelligenza; sono bensì caotici ed evidentemente indifferenti. Essi sanno che senza questo carattere caotico dell'intelligenza, la loro stessa intelligenza in atto non può essere di alcuna utilità nel vivere insieme in maniera umana. I membri individuali non possono collaborare in modo armonico e pacifico se non si riferiscono all'infinito in sé, che in ogni manifestazione della realtà costituisce il sostrato di ciascuno dei membri finiti. L’Occidente-dallo-spirito-scientifico «ricava la propria intelligenza all'invenzione di ogni sorta di strumenti atti ad elevare il livello di vita e a salvarlo da ciò che esso considera come fatica con sforzo non necessari; così si cimenta duramente nel tentativo di sviluppare le risorse naturali alle quali ha accesso; l'Orientale, d'altra parte, non si cura di non impegnarsi in lavori servili e manuali di ogni genere, manifestamente invece si accontenta dello stadio non evoluto di civilizzazione. Non ama le macchine perché non vuole diventarne schiavo. Un tale amore per il lavoro è forse caratteristico dell'oriente.» «Gli occidentali di solito si stupiscono che il popolo cinese non abbia sviluppato un  maggior numero di scienze e di strumenti meccanici la ragione principale è questa: che i cinesi gli altri popoli asiatici amano la vita per se stessa e non desiderano trasformarla in un mezzo per il perseguimento di qualcosa altro, che nei devii il corso in un diverso canale».[3] Suzuki fa notare, in seno allo spirito occidentale, alcune contraddizioni. Per quanto riguarda la sfera esistenziale e psicologica, egli si focalizza soprattutto sulle idee occidentali di libertà individuale e di responsabilità. Esse urtano contro quelle orientali di “libertà assoluta”. Secondo questo modo di vedere le cose, la responsabilità personale non avrebbe alcun senso. Responsabilità è logicamente correlata alla libertà, e in logica non vi è alcuna libertà, perché tutto è controllato dalle regole rigide del sillogismo. Inoltre l'uomo come prodotto biologico è governato da leggi biologiche. L'ereditarietà è un fatto che nessun essere può cambiare. Inoltre un individuo non nasce di sua spontanea volontà, né di loro spontanea volontà i suoi genitori fecero nascere proprio lui. Quella di libertà sarebbe un'altra idea senza senso:

«Io vivo socialmente, in un gruppo, che limita tutti i miei movimenti, sia mentali che fisici; persino quando sono solo modo sono completamente libero: sono soggetto a bensì ad ogni sorta di impulsi che non sempre sono in grado di controllare. Taluni impulsi di trascinano a dispetto di me stesso. Fin tanto che viviamo in questo mondo limitato, non potremo mai dire essere liberi e di fare ciò che desideriamo. Persino questo desiderio è qualcosa di non propriamente nostro».[4]

Per la visione orientale secondo Suzuki la persona è libera soltanto quando "non è una persona"; è libera quando nega se stessa ed è assorbita nel tutto. Per essere più esatti, essa è libera quando è se stessa e tuttavia non è se stessa. «Se non si intende pienamente questa apparente contraddizione, non si è qualificati a parlare di libertà o responsabilità o spontaneità. Per esempio, la spontaneità di cui parlano gli occidentali, in special modo taluni analisti, non è né più né meno che quella infantile o animale, non già la spontaneità della persona pienamente matura».[5]

Le due tradizioni filosofiche (quella orientale e quella occidentale) hanno prodotto due modi di intendere e sperimentare la Realtà: quella occidentale è sfociata nel cosiddetto “metodo scientifico”; la tradizione orientale, ha optato per una modalità che Suzuki definisce “metodo conativo o creativo”. Il metodo scientifico nello studio della realtà consiste nel guardare un oggetto dal punto di vista cosiddetto obbiettivo, determinando in primo luogo una “scissione” tra osservatore e osservato (tra soggetto e oggetto); «la caratteristica primaria che distingue l'approccio scientifico alla realtà consiste nel descrivere un oggetto, nel fare un discorso su di esso, nel girare attorno ad esso, nell'afferrare tutto ciò che ha tra il nostro senso-intelletto e nell’astrarlo al di là dell'oggetto stesso, e, quando si suppone che tutto sia finito, nel sintetizzare questa astrazione formulate in modo analitico  nel prendere il risultato per l'oggetto stesso».[6] Questo succede anche per l’uomo come oggetto di studio: il soggetto che studia il soggetto.

Esiste, comunque, un altro modo di approccio alla realtà, il quale «precede le scienze, e le segue». Tale metodo di conoscenza o visione della realtà può anche essere detto conativo o creativo. «Mentre il metodo scientifico uccide, assassina l'oggetto e mediante la dissezione del cadavere, e di nuovo poi la ricomposizione delle parti, si sforza di riprodurre l'originario corpo vivente, ciò che è invero assolutamente impossibile, il metodo orientale prende la vita così come è vissuta, in luogo di farla a pezzi e tentare poi di restaurarla mediante l'intellezione, o incollarne di nuovo insieme i pezzi staccati per via di astrazione. Il metodo [orientale] salva la vita come vita; non si serve di alcun bisturi».[7] La procedura consiste nel penetrare direttamente dentro l'oggetto in sé e nel guardarlo, per così dire, dall'interno: «Conoscere un fiore è diventare il fiore, essere il fiore, fiorire con il fiore, e godere tanto della luce del sole quanto dell'acqua piovana […] di pari passo con la conoscenza del fiore io comprendo tutti i segreti dell'universo, il quale include tutti i segreti del mio io, che tanto a lungo per tutta la vita ha eluso il mio inseguimento, poiché io ho scisso me stesso in una dualità, inseguitore ed inseguito, oggetto e ombra, comunque, mediante la conoscenza del fiore io conosco il mio io». Vale a dire: perdendomi nel fiore pervengo alla conoscenza del mio io, così come a quella del fiore. Questo approccio alla realtà può essere per Suzuki definito un metodo prescientifico o metascientifico, o persino antiscientifico.

Il tipo di conoscenza dualistica per cui l’universo si divide in soggetto e oggetto (in vero e falso; in bene e male) costituisce la base della filosofia, della teologia, della scienza e della psicologia occidentale, «perché la filosofia occidentale è, in sostanza, la filosofia greca, e la filosofia greca è la filosofia dei dualismi» (Wilber, 1977). La maggior parte delle questioni filosofiche su cui ancora si discute, furono poste e sviluppate dai filosofi dell’antica Grecia. Mi riferisco ai dualismi: vero/falso (logica), bene/male (etica), realtà/fenomeno (epistemologia). Il pensiero occidentale ha continuato, lungo la sua storia, a produrli moltiplicati in varie forme: onda/particella, materia/energia, istinto/intelletto, mente/corpo,ecc.

La maggior parte delle discipline scientifiche è tuttora saldamente ancorata al dualismo, inseguendo i cosiddetti “fatti oggettivi”, tuttavia alcune tra le scienze astratte, come la fisica e la matematica, nonché alcune delle discipline emergenti come la teoria dei sistemi e l’ecologia, hanno inferto dei duri colpi a molti dualismi tenuti in grande considerazione. «In Occidente si è si e no è no; si non può mai essere no e viceversa. L'Oriente lascia scivolare il si nel no e il no nel si; non vi è alcuna rigorosa e profonda divisione fra si e no. È nella natura della vita che sia così; soltanto in logica la divisione è irriducibile. La logica è un prodotto umano che ci aiuta in attività utilitaristiche».[8] Quando l'Occidente arriva a capire questo “inventa” concetti noti in fisica come complementarietà o principio di indeterminazione, dal momento che non riesce a spiegare fino in fondo taluni fenomeni fisici. «Ma per quanto possa riuscire nel creare concetti dietro concetti, esso non può abbracciare i fatti dell'esistenza». Suzuki si riferisce al Principio di indeterminazione di Heisemberg. Esso era il risultato di una serie di problemi con cui la fisica sub-atomica si era scontrata. Osservare e misurare qualunque cosa richiede l'uso di strumenti, ma l’elettrone ha un peso così piccolo che qualunque strumento, anche leggero come un fotone, otteneva in risultato di fargli cambiare posto proprio nel momento in cui si tentava di misurarlo. Non si trattava di un problema tecnico, «ma della trama stessa di cui era tessuto l'universo». Il Principio di indeterminazione è la dimostrazione matematica dell'impossibilità di definire con esattezza le “realtà ultime”(le particelle più piccole di cui è formata la materia) dell'universo. I fisici avevano raggiunto il punto limite, e le premesse che gli avevano condotti fin lì - «l'osservatore è un'entità separata»; «è possibile interagire con l'universo senza per questo modificarlo» - divennero insostenibili. Soggetto e oggetto si rivelarono profondamente interdipendenti, e tutte le teorie che avevano presupposto qualcosa di diverso necessariamente crollarono. In effetti la fisica moderna (abbandonando il suo approccio dualistico di fondo) ha cambiato rotta. Per dirla con Erving Schroedinger, fondatore della dinamica quantistica: «Soggetto e oggetto sono una cosa sola. Non è possibile dire che la barriera tra loro sia stata abbattuta in seguito alle recenti scoperte della fisica, perché tale barriera non è mai esistita».[9] In logica si è arrivati a conclusioni simili. Il Teorema dell’Incompletezza di Goedel è la rigorosa dimostrazione matematica di come qualunque sistema logico abbia almeno una premessa che non può essere provata o verificata senza che si producano delle contraddizioni: «È impossibile stabilire la coerenza logica di un sistema deduttivo senza presupporre  dei principi la cui coerenza logica è altrettanto dubbia di quella del sistema stesso».[10]

Perciò, sia da un punto di vista logico che fisico, la verifica “oggettiva” non è prova di realtà (se non in senso convenzionale). Come è possibile, quindi verificare chi esegue la verifica, se anch’egli è parte del tutto? In altre parole, ogni volta che l’universo si divide in soggetto e oggetto, in chi vede e in ciò che viene visto, qualcosa deve sfuggire. Nessun sistema di osservazione può osservare se stesso mentre osserva.Per questo, alla base di ogni tentativo dualistico di conoscenza troviamo soltanto: indeterminazione e incompletezza.

Per K.Wilber la fisica e tutte le maggiori discipline intellettuali dell’Occidente, avendo adottato il procedimento dualistico di conoscenza, non studiavano quindi, il mondo reale, quanto piuttosto le rappresentazioni simboliche di tale mondo. «Questo sapere dualistico e simbolico rappresenta al contempo la genialità e il punto cieco delle scienze della filosofia; esso permette di ottenere un’immagine altamente sofisticata ed analitica del mondo; ma le immagini, anche se illuminanti e dettagliate, restano sempre immagini.»[11]

Il Taoismo riconosce queste due modalità per accostarsi alla Realtà, e dà loro il nome di conoscenza convenzionale e conoscenza naturale (o conoscenza della via – Tao).

«Per noi quasi tutto il sapere è ciò che un taoista chiamerebbe conoscenza convenzionale, perché riteniamo di non conoscere veramente qualcosa se non possiamo rappresentarla con parole o con qualche altro sistema di segni, con la matematica o con la musica. Tale conoscenza è detta convenzionale perché deriva dal contesto sociale dei codici di comunicazione». [12] Questa è in altre parole, la modalità simbolica di conoscenza; l’altra modalità, nel Taoismo, “è la conoscenza non convenzionale, il cui obbiettivo è la comprensione diretta della realtà della vita, «a prescindere dagli schemi astratti del pensiero rappresentativo».[13]

Anche nell’induismo queste due modalità vengono distinte: quella inferiore, aparavidya, corrisponde alla conoscenza simbolica/dualistica, e si basa sulla distinzione tra conoscitore (pramatr) e conosciuto (visaya); e quella superiore, Brahaman, che è la visione intuitiva del Tutto.

I Sufi hanno tracciato, da parte loro una basilare distinzione tra ‘ilm e ma‘rifa. Il primo termine caratterizza la conoscenza intellettuale e razionale, frutto dello studio libresco; l’altro la conoscenza iniziatica e la gnosi, frutto della propria esperienza. ‘Ilm è una conoscenza puramente teorica che permette, per esempio, di «conoscere le proprietà del fuoco»; ma‘rifa è una conoscenza sostanzialmente pratica, che permette, per esempio, di «divenire il fuoco stesso». (Corbin, 1964)

Mentre, quindi, la conoscenza simbolica dà luogo a numerose e diverse immagini del mondo,  la conoscenza non-duale e non simbolica crea una sola immagine (o piuttosto una sola comprensione, poiché si tratta di conoscenza non verbale e non figurativa). Le tradizioni filosofiche orientali affermano che “dentro di noi” esiste, innata, questa modalità di conoscenza intima, non-duale: essa è l’unica in grado di portare alla conoscenza della Realtà; le “vie” tendono a risvegliarla: «conoscere immediatamente, o intuitivamente, significa realizzare l’identità tra contenuto mentale e oggetto». (W.James)

Psicologi e filosofi occidentali come Grof, Tart, Wilber, Goleman, Assagioli ed altri, protendono – nello studio della coscienza e del comportamento umano – decisamente verso l’approccio non-dualistico di conoscenza. Secondo loro uno dei motivi principali per cui l’approccio dualistico si è rivelato dannoso è che il suo errore di fondo costituisce la base del pensiero intellettuale, ed è perciò impossibile sradicarlo per mezzo di quest’ultimo. Per questo il superamento del dualismo richiede una metodologia rigorosa e coerente, capace di spingerlo ai suoi limiti estremi, cogliendone infine, l’insanabile contraddizione. «Solo portando ostinatamente le nostre convinzioni fino alle loro estreme conseguenze possiamo coglierne l’errore di fondo». (Wilber, 1977) Essi sembrano tutti d’accordo nell’affermare che modalità diverse di conoscenza corrispondono a livelli diversi di coscienza; e al livello di coscienza a partire dal quale e sul quale operiamo, è intimamente collegata la nostra identità personale. Perciò cambiando modalità di conoscenza, cambia anche il senso fondamentale dell’identità. Utilizzando soltanto la conoscenza dualistico-simbolica, la quale separa il soggetto che conosce dall’oggetto conosciuto, e identifica l’oggetto conosciuto con un simbolo o un nome appropriati, ciò che otteniamo è un senso di fondamentale alienazione dall’universo, un’identità determinata dal nostro ruolo e dalla nostra auto-immagine: un’immagine-simbolo, essendo noi diventati oggetti di noi stessi.

La conoscenza non-duale non opera in questo modo, perché è nella sua natura diventare una cosa sola con ciò che conosce, il che naturalmente comporta una trasformazione del nostro senso di identità. Seguendo tale ragionamento Wilber può affermare, quindi che:

«[se] la conoscenza non-duale è la Realtà[…] [e se] alle varie modalità di conoscenza corrispondono diversi livelli di coscienza, Realtà è ciò che viene rivelato dal livello non-duale di coscienza che abbiamo chiamato Mentale[…][ne consegue che] la Realtà è un livello di coscienza, e solo tale livello è reale».[14]

In questo contesto le discipline orientali formulano un invito, in forma di regole precise e definite, a scoprire la realtà personalmente. È ciò che Spenser Brown chiama ingiunzione. Brown usa la metafora della ricetta culinaria e della composizione scritta di un brano musicale: entrambe queste “direttive simboliche”, se eseguite perfettamente, portano alla medesima esperienza (sapore, emozioni risultanti dalla musica) a prescindere da chi le esegue. La realtà è quindi letteralmente[15] indescrivibile, ma può comunque essere indicata indirettamente da una serie di regole o esperimenti che, coscienziosamente e in pratica, conducono all’esperienza-realtà. «Soprattutto in tal senso affermiamo che la Mente o la Coscienza sono la Realtà: non nel senso di una descrizione, ma di una direttiva».[16] Questa modalità, che viene definita “ingiuntiva”, costituisce il nucleo dell’Induismo, del Buddismo, del Taoismo e del Sufismo.

 

 

 

 

[1] Fromm E., Suzuki D.T., De Martino T.R. (1960), Psicoanalisi e Buddismo Zen, Ubaldini, Roma 1968

 

[2] D.T. Suzuki, La dottrina  Zen del vuoto mentale, Ubaldini, Roma 1968  

 

[3] Ibid.

 

[4] Suzuki D.T., Introduzione al Buddhismo Zen, trad. it, Roma, 1970.

 

[5] Ibid.

 

[6] Ibid.

 

[7] Ibid.

 

[8] Wilber K., Lo spettro della coscienza, Crisalide, Spigno Sarurnia, 1993.

 

[9] Ibid.

 

[10] Ibid.

 

[11] Ibid.

 

[12] A.Watts, La via dello Zen, Feltrinelli, 1989

 

[13] Wilber K., Lo spettro della coscienza, Crisalide, Spigno Sarurnia(LT)  1993.

 

[14] Wilber K., Lo spettro della coscienza, Crisalide, Spigno Saturnia, 1993

 

[15] Nel senso stretto del termine.

 


[16] Ibid.

  

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